… Marie e Rebecca sono rimaste sole; anche se per la verità credono soltanto di essere sole, nella piccola stanza dell’albergo, appena rischiarata dalla luce bassa di un lume. Sorseggiano il loro tè guardandosi con occhi affettuosi. La domanda di Rebecca aleggia tra loro, nel silenzio. Non è stata offensiva, e non poteva esserlo, su quelle labbra così giovani e appassionate.
Marie appoggia il capo alla spalliera, gli occhi socchiusi, ricorda la sua vita, a partire dalla notte terribile quando perse suo nonno, assassinato.
E ancora una volta racconta, non del mondo stavolta, ma di sé. Del fatto che più ancora che la perdita di una persona molto amata la sconvolse l’assurdo di una vita votata alla rovina, la storia di un poeta che per un delusione d’amore aveva distrutto la propria esistenza e quelle di altri.

 

 

E racconta a Rebecca il giuramento: di non sprecarla la sua vita, dedicarla a cercare di fermare la violenza e l’odio, e assieme cercare di comprendere e sciogliere la confusione tra l’amore e il potere che troppo spesso ottenebra i cuori degli uomini.
«A volte mi sono chiesta che diritto avevo io di pormi questa domanda, mentre intorno a me il mondo rigurgitava di orrore. Ma ho fatto la mia parte, e assieme ho visto tante volte la faccia vera dell’amore, quello che è dedizione, affetto, passione, quello che non ha invidia, non agisce invano, non si gonfia, non è ambizioso, non è egoista…
La mia esistenza, capisci, mentre l’ho spesa ­ con le mie povere forze ­ per additare agli uomini il valore della vita, e dell’amore anche, certamente ­ l’ho dedicata a scoprire che esiste l’amore vero tra uomo e donna, come degli esseri umani gli uni per gli altri: quello che non è potere, non è violenza, non è sopraffazione e vendetta.
Proprio mentre combattevo potere e sopraffazione e violenza e vendetta, l’ho visto coi miei occhi e l’ho capito… Pazienza se per me non l’ho incontrato. Mi basta sapere ch’esiste, esisterà sempre ed è sempre esistito. Che quanto a me, non mi sarei accontentata di nulla di meno. Ma dalla vita, credimi, tranne che quello ho avuto proprio tanto.
Rebecca tace, ha i lucciconi. Tacciono, le fate, e senza ordine alcuno dei loro signori lanciano in aria petali di fiori e gocce scintillanti di rugiada, mentre i folletti strappano alle zampette dei ragni note strazianti di violino.
Titania allunga una mano verso il suo signore, che la stringe a sé; non si è mai visto che pianga il re dei folletti, sovrano delle fate, tuttavia passa una mano furtiva sugli occhi abbassati, e anche lui tace.
In quel momento un bussare alla porta, discreto, e tuttavia frenetico. Per la seconda volta in quella strana serata Pilar è costretta a vedere di nuovo infrante le abitudini. Una visita a quell’ora, per Marie che ha tanto bisogno di riposo e già dovrebbe essere a letto…
«Madrecita, tu non sai, non immagini chi è venuto qua in incognito, senza scorta, a chiedere di salutarti! Il comandante …»
Si avvicina all’amica e le sussurra un nome nell’orecchio. Marie ha un sussulto e balza in piedi:
«Vai Rebecca, vai con Pilar, ci rivedremo, parleremo, vai».
Le due donne si allontanano, mentre un visitatore intabarrato esce dall’ombra, si avvicina a Marie, si china su di lei in un saluto affettuoso.
Le fate e i folletti interrompono i loro giochi, Oberon e Titania guardano senza stupore il soprassalto di Marie, percepiscono il batticuore di lei, l’emozione rapita con al quale un uomo rispettato e temuto, capo di patrioti, ricercato dalle polizie dei potenti, si inginocchia al suo fianco e porta alle labbra la mano bianca e piccina, che freme e non si sottrae.

 

 

Finalmente, dicono senza parole gli occhi blu di Marie, e risplendono lacrime di gioia.
Finalmente, sussurra Oberon, e annuisce severo.
Finalmente, afferma con un sospiro breve la regina delle fate.
Oberon e Titania assieme:
Via presto tutti, non è posto questo per voi fate sfacciate, indiscreti folletti. Amore è qua. Tutti con noi a danzare cantando in onor suo. Il Sovrano ha scelto da solo la sua strada ed a noi tocca, come sempre, assentire ai suoi poco scrutabili voleri.

 

 

Si allontanano dandosi il braccio, mentre le creature magiche corrono via ruscellando fuori dalle fessure della porta, dal buco della serratura, dalla finestra semiaperta sulla notte di mezza estate.
Puck il folletto, dando pudicamente le spalle alla coppia abbracciata, s’inchina prima di andarsene a sua volta.
Se questa favola vi ha dato offesa, voi fate conto che fosse un sogno, chimera pallida d’ora sospesa, un soprassalto tra veglia e sonno. Creature parvule, magiche e frali ce ne torniamo nel nostro regno, paghe se solo per un momento le nostre vite così lontane si son sfiorate una volta ancora, nel gioco eterno che Amore ha nome.

 

Dedicata a Titania, Fata dei Boschi, Messaggera d’Amore
:) Ginevra

 

Pat
www.leggendoscrivendo.it

Colonna sonora Felix Mendelssohn: Sogno di una notte di mezza estate – Canzone degli elfi

 

Video importato

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20 Commenti to “Era amore la ragione”

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  5.   Lady Ginevra Says:

    benvenuto Narratore …

    Dolcissimo Poeta …

    :)

  6.   Il Narratore Says:

    Cavalcando, al rallenty, la tua “immaginazione” come uno splendido cavallo alato, l’ho raggiunta anche io.

    La Fata Regina.

    Un magnifico viaggio, grazie a Te.

    Una meta superba, grazie a Lei! :-)

  7.   Ginevra Says:

    Così ti ho immaginata …
    Fata Regina …
    leggera nel tuo volo …
    come ali di farfalla …

  8.   Titania Says:

    … è delicato e leggero come ali di fata… e soffuso d’amore e dedizione..

    una bella emozione stasera per me,

    grazie Madam

    *bacio di fata*